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World Hijab Day, luci e ombre

Il 1° febbraio in 140 paesi è stato celebrato il World Hijab Day, la Giornata del velo islamico. Una ricorrenza lanciata nel 2013 dalla giovane americana di origini bangladesi Nasma Khan per invitare le donne, musulmane e non, a indossare per un giorno l’hijab e combattere ogni forma di discriminazione.

In alcuni paesi o regioni la giornata è stata istituita ufficialmente, come nelle Filippine e nello Stato di New York. In Gran Bretagna le parlamentari l’hanno celebrato in passato indossando il velo davanti alla Camera dei comuni.

In Italia la giornata è stata un’occasione per mettere a confronto esperienze di donne con religioni diverse, con un dibattito intitolato “#Quello che abbiamo in testa”, svoltasi presso l’Arca a Torino. Sono intervenute Sumaya Abdel Qader, Helene Fontana, Souheir Kathouda e Hind Lafram, moderata da Fatima Lafram.

“Ho iniziato a indossare l’Hijab al primo anno d’Università. Un po’ per tradizione religiosa, un po’ culturale e un po’ per rivendicare un’identità. Ha assunto negli anni moltissimi valori per me. Tra alti e bassi mi sono trovata a gestire una responsabilità che non avevo calcolato. Crescendo in un Paese in cui sono una minoranza, qualunque azione veniva attribuita al mio essere musulmana. Perciò dovevo esser impeccabile, ineccepibile. Poi ho imparato a non essere troppo severa con me stessa. Che le persone non le accontenterai mai, tutte. Che la nostra identità è fluida e in continua evoluzione. Che ogni donna è libera di indossare ciò che vuole. Che ciò che più importa è che la mia libertà mentale è svincolata da congetture sociali. Cos’è per me oggi l’Hijab? È tanta roba. È potere, consapevolezza e identità” scrive su Facebook Marwa Mahmoud. Attivista per i Diritti Umani, Civili e sociali, Consigliera comunale a Reggio Emilia, la 34enne Marwa è originaria di Alessandria d’Egitto, cresciuta a Massenzatico, laureata in Lingue e Letterature straniere a Bologna.

Una ricorrenza non esente de critiche sollevate da alcune donne contrarie al velo, in contrapposizione con quelle che lo indossano con fierezza, denunciando una imposizione, una prepotenza esercitata su di loro. Così è nato il #NoHijabDay per fare sentire la loro opposizione e promuovere una contro-propaganda. Invitano tutte a condividere la foto di un foulard appeso ad un bastone, come ricorda il sito Contro Campus, rievocando l’immagine dell’attivista iraniana Vida Movahed che si era tolta il velo in strada per sfidare il regime.

Tra le voci più decise quella di Yasmine Mohammed (https://www.yasminemohammed.com/) blogger ed attivista di origine egiziana, nata e cresciuta a Vancouver, che si presenta come “ex musulmana”. Ribellatasi alla tradizione, ha deplorato la “disinformazione” e le “menzogne” attorno al velo. Su Twitter Yasmine ha lanciato l’hastag #FreeFromHijab, invitando le donne a condividere le loro storie di emancipazione.

 

“Quelle che celebrano l’Hijab Day dovrebbero capire che l’Hijab non significa la stessa cosa per tutte le donne. Non possiamo celebrare il World Hijab Day come se niente fosse e ignorare le milioni di altre donne che sono minacciate se non lo indossano” ha dichiarato al giornale satirico francese Charlie Hebdo l’iraniana Masih Alinejad, all’origine del movimento “White Wednesdays”.  

Photo Credit : © in copertina MSOE University; locandina evento #Quello che abbiamo in testa; pagina Facebook Marwa Mahmoud; Conatus News; account Twitter Yasmine Mohammed

2 Febbraio 2020
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